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L'olio di palma nelle etichette dei prodotti alimentari spesso si nasconde dietro la dicitura generica di "oli e grassi vegetali".
Ha caratteristiche simili a quelle del burro ma costa meno, non diventa rancido e ha un sapore meno pungente di pungente come d’oliva; è il grasso principale di molti biscotti e merendine ma i suoi effetti sulla salute dei consumatori e sulle economie dei Paesi emergenti in cui viene prodotto sono deleteri.

La richiesta di olio di palma è talmente alta che, per stare al passo con gli ordini dell'industria alimentare, centinaia di ettari di foreste vengono abbattute e convertite in monoculture.
L'industria dell'olio di palma è una tra le maggiori responsabili della deforestazione nel Sud Est Asiatico, spesso effettuata anche in modo illegale.
L'abbattimento delle foreste pluviali ha anche comportato il cambiamento del clima e l'inquinamento dell'aria: gli alberi abbattuti vengono bruciati e sprigionano quantità di fumo tali da rendere l'Indonesia il terzo paese per emissione di gas serra al mondo.

Oltre ai danni ambientali che hanno una ricaduta globale, l'insediamento di grandi produttori e la costruzione di piantagioni di olio di palma ha portato con sé anche elevati costi umani e sociali: in primo luogo lo sfruttamento della forza lavoro che si trova a non avere alternative essendo le piantagioni l'unico mercato per la popolazione locale, che non avendo scelta accettare le condizioni di lavoro offerte dall'industria, che di fatto detiene una sorta di monopolio in virtù del quale sottopagare i raccoglitori tra i quali spesso ci sono bambini.

A tutto ciò si aggiunge il rischio per la salute dei consumatori: l'olio di palma, infatti, assunto quotidianamente è dannoso per l'organismo per via dell'alta presenza di grassi saturi. Essendo utilizzato per merendine, biscotti e snack, la quantità pro capite consumata da ogni individuo nei paesi occidentali è considerevole, in particolar modo tra i bambini.

E' di questi giorni la notizia che alcune catene di supermercati si impegneranno per abolire questo prodotto, senza inficiare sul prezzo, entro la fine del 2015. Resta da sperare che non sia solo un'abile trovata di marketing ma un vero cambiamento che possa portare maggior salute personale, ambientale e sociale.